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Emocromatosi, in discussione il ruolo diagnostico di una variante utilizzata nei test genetici

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La variante HFE p.His63Asp (H63D), utilizzata nei test genetici di routine dell’emocromatosi - il più comune disordine genetico da sovraccarico di ferro nelle popolazioni di origine nord-europea - non avrebbe alcun ruolo diagnostico. A rivelarlo è uno studio di Shearman et al. pubblicato su una rivista dell'American Society of Hematology (Blood RCI - red cells & iron) e realizzato con il contributo del Comitato Scientifico Congiunto della Federazione Europe delle Associazioni di Pazienti con Emocromatosi (EFAPH) e di Haemochromatosis International (HI).

Dalla scoperta del gene HFE nel 1996, i test genetici per l'emocromatosi HFE-correlata hanno incluso sia la variante p.Cys282Tyr (C282Y) che la più comune p.His63Asp (H63D). Varie evidenze scientifiche indicano, invece, che l'emocromatosi ereditaria sia principalmente associata alla variante p.Cys282Tyr (C282Y) e che la variante p.His63Asp non abbia un ruolo patogenetico chiaro nella maggior parte dei casi. Addirittura, il suo utilizzo nei test può generare confusione diagnostica e portare a una gestione non appropriata dei pazienti.

Negli anni, l’attribuzione di un ruolo clinico alla H63D ha alimentato anche il concetto di “sindrome H63D”, privo però di solide basi scientifiche. Gli studi mostrano infatti che questa variante non causa da sola l’emocromatosi, mentre eventuali alterazioni del metabolismo del ferro sono spesso legate ad altri fattori, come consumo di alcol, disordini metabolici o steatosi epatica.

Alla luce di queste evidenze, gli autori raccomandano di limitare i test genetici di primo livello alla sola variante C282Y, riservando la ricerca della H63D a contesti specialistici e a casi selezionati. L’obiettivo è migliorare l’accuratezza diagnostica, evitare trattamenti non necessari e ridurre l’impatto psicologico sui pazienti.

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  • Data di pubblicazione 13 aprile 2026
  • Ultimo aggiornamento 13 aprile 2026