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Giornata Internazionale delle Ragazze e delle Donne nella Scienza: passione, ricchezza e tanto valore aggiunto ma persiste il divario di genere

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Marie-Curie, Rosalind Franklin, Rita Levi Montalcini e molte altre fino alle “Hidden Figures” della NASA (le programmatrici che hanno reso possibile l’avvio del programma spaziale americano). Donne che, nel corso della storia e nonostante la storia del loro tempo le abbia avversate, hanno testimoniato il “genio femminile”. Oggi, 11 febbraio 2026, Giornata Internazionale delle Ragazze e delle Donne nella Scienza, celebriamo proprio quel “genio” che però non rappresenta un’eccezione, perché accomuna milioni di ragazze e di donne in tutto il mondo, appassionate e impegnate nei vasti e sfaccettati settori della scienza, a servizio dell’umanità.

Tuttavia, va constatato che ad emergere ancora oggi è il divario persistente di genere che caratterizza gli ambiti scientifici e tecnologici. I dati non mentono: a livello globale, su tre ricercatori, solo una è donna (appena il 33%) e, analogamente, si attesta al 35% la quota di studentesse iscritte a facoltà STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica).

Dati, provenienti dall’Istituto di Statistica dell’UNESCO, che peggiorano se si guarda alle posizioni apicali: la proporzione femminile diminuisce, infatti, ai livelli più alti delle carriere scientifiche, tanto che appena il 12% dei membri delle Accademie Nazionali della scienza è rappresentato da donne. Anche le stime dell’ONU parlano chiaro: in tutto il mondo, le donne e le ragazze costituiscono solo il 28% dei laureati in ingegneria e il 40% dei laureati in informatica e computer science. E ancora secondo il Global Gender Gap report 2024 del World Economic Forum, le donne rappresentano il 28% della forza lavoro del settore e, nell’industria in ascesa dell’intelligenza artificiale, appena il 22%.

Se dallo sguardo planetario si passa a quello europeo, si evince anche qui, nella civilizzata Europa, che le donne continuano ad essere ampiamente sottorappresentate nei campi STEM. Nel 2021, i dati EUROSTAT le stimavano nel 32,8% del totale dei laureati, con una percentuale tra le più alte in Italia (39%). Nel 2023, le donne erano circa il 41% della forza lavoro scientifica e ingegneristica nell’UE (7,7 mln di donne su ~18,8 mln totali) e il 34% in Italia.

L’istantanea del nostro paese la fa l’ISTAT: nel 2023, le lauree STEM riguardano il 37% tra gli uomini e il 16,8% tra le donne, evidenziando un marcato divario di genere che si ripercuote nel tasso di occupazione: quello femminile per l’area “scienze e matematica” è inferiore a quello maschile di 6,3 punti percentuali (80,1% e 86,4% rispettivamente) e per l’area “informatica, ingegneria e architettura” la differenza nei tassi di occupazione raggiunge i 9,3 punti percentuali (81,8% contro 91,1%).

Complici di questo scenario pregiudizi e stereotipi che, nei contesti di povertà educativa, scoraggiano l’interesse di bambine e ragazze per le materie STEM, ma che, anche in altri contesti, vorrebbero le ragazze poco portate verso le materie scientifiche, inibendo così i loro talenti. A smentire queste convinzioni ecco le testimonianze di Erika Zara (CNMR-ISS), Anna Chiara Bressi, (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), Manuela Lobianco (Università di Catania) e Silvia Ceruti (Università dell’Insubria).

 

“Fare ricerca è un onore e una sfida… lo sguardo delle donne può fare la differenza”

“Ho sempre desiderato mettermi, in qualche modo, a servizio del bene comune. Fin da piccola mi interessava il mondo della scienza e, piano piano, ho scoperto che mi era persino congeniale: studiarla non mi richiedeva alcuno sforzo”. A parlare è Erika Zara, ricercatrice presso il Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità, che ricorda l’incontro con la scienza come una sorta di ‘primo appuntamento’: “Ricordo come fosse ieri il momento in cui me ne innamorai, durante una delle prime lezioni all’università. Apprezzavo l’idea che fosse l’unione perfetta tra chi sogna e chi costruisce, tra l’ideale e il reale. Da quel momento ho deciso di fare ricerca: non ho mai più cambiato idea e mi sento una privilegiata a poter svolgere un lavoro che amo così tanto”. 

Una ricerca, oltretutto, in un settore particolare. “Fare ricerca sulle malattie rare è un onore e una sfida non indifferente. In ogni momento si avverte l’urgenza di fare il più possibile, sia perché le difficoltà sono tante, sia perché si percepisce l’importanza di dare un nome a qualcosa che è ancora in gran parte sconosciuto. Studiare le malattie rare diventa quindi un privilegio perché essere a contatto con la fragilità arricchisce, in ogni caso”. Farlo da donna, poi, in un ambito che storicamente è stato (in parte lo è tuttora) a prevalenza maschile, “significa che ti senti spesso fortunata e, a volte, non all’altezza. Ancora oggi vediamo i nostri colleghi fare carriera con un po’ più di facilità, e l’aspetto più spiacevole è che per noi tutto questo sembra così normale da non farci quasi più caso. Oggi, forse, le donne sono addirittura la maggioranza, almeno negli ambienti che conosco personalmente, e credo che questo sia un bene: fare scienza da donna è dunque una sfida, ma anche una grande ricchezza. Come mamma, sento la responsabilità di mostrare a mia figlia quanto sia bello sentirsi realizzate e che l’impegno porta sempre risultati”.

Alle ragazze che vorrebbero avvicinarsi al mondo della scienza, magari proprio delle malattie rare, “vorrei dire di non mollare, di crederci fino in fondo anche quando il percorso sembra difficile o solitario. La scienza ha bisogno di curiosità, determinazione e sguardi diversi, e il loro può fare davvero la differenza. Spesso i sogni che ci appaiono enormi e irraggiungibili lo sono solo perché non immaginiamo ancora il cammino per arrivarci: in realtà sono molto più vicini di quanto crediamo, basta avere il coraggio di fare il primo passo e continuare a camminare”.

 

 “Non faccio ricerca per pubblicare un articolo…ma per creare qualcosa che sia davvero utile nella vita delle persone”

“Ho scoperto presto di essere attratta dalla scienza, grazie a mio padre, che mi ha stimolato fin da piccola. Ricordo in particolare le nostre domeniche al Planetario di Milano, dove è nata la mia passione per lo spazio”. Così Anna Chiara Bressi, ricercatrice presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che arriva alla scienza da una formazione classica. “Dopo il liceo classico ho sentito il bisogno di capire come funziona il mondo che ci circonda. Per questo ho deciso di proseguire con ingegneria spaziale al Politecnico di Milano. Durante l’anno all’estero, in Brasile, ho scoperto quanto mi piacesse lavorare in laboratorio e studiare i materiali, e ho deciso di lanciarmi nella ricerca in questo campo, prima applicato allo spazio, studiando materiali innovativi per le tute spaziali, e poi alla biomedica. L’anno scorso ho concluso il dottorato presso il gruppo Laboratory of Applied Materials for Printed and Soft Electronics dell'Istituto di Biorobotica alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, lavorando su materiali innovativi e sostenibili per applicazioni biomediche”.

L’essere donna dà sicuramente un valore aggiunto ma non scontato. “Oggi significa ancora, spesso, dover dimostrare più degli altri. Non possiamo prenderci il lusso di essere scienziate “nella media”, perché ogni piccolo errore o passo falso viene associato al genere, e non ai meriti o demeriti personali. Nonostante questa pressione, è però anche uno stimolo a fare sempre un bel lavoro. E significa anche avere l’opportunità di contribuire a un cambiamento reale, sociale oltre che scientifico. Sono molto felice di poter dire che nel laboratorio di cui faccio parte ho solo colleghe: un gruppo straordinario e collaborativo, guidato da un professore che ci sostiene e crede in noi. So bene che non è così ovunque”.

Anche se il lavoro di Anna Chiara non è focalizzato sulle malattie rare “la ricerca su queste patologie ha per me un valore profondo. Scientificamente rappresenta una sfida straordinaria: richiede approcci innovativi, collaborazione interdisciplinare e spesso lo sviluppo di tecnologie nuove. Dal punto di vista umano significa dare voce e speranza a persone e famiglie che spesso si sentono invisibili. Anche se il mio lavoro non è direttamente in questo ambito, la mia esperienza personale mi rende sensibile all’importanza di una ricerca che non lasci indietro nessuno e che metta al centro la dignità, la qualità della vita e l’ascolto dei bisogni delle persone. Lavorando nel settore biomedico, ho molto chiaro che non faccio ricerca per pubblicare un articolo o per poter dire “quel passetto in più l’ho fatto io”, ma per creare qualcosa che sia davvero utile nella vita delle persone: altrimenti è scienza per la scienza, e non per le persone”.

Alle ragazze che vorrebbero far parte del mondo della ricerca, “dico di non sentirsi mai “fuori posto”. La scienza ha bisogno di menti curiose, sensibili, creative e determinate, e queste qualità non hanno genere. È un mondo in cui abbiamo il diritto di avere il nostro spazio, anche se spesso la società non ci mostra abbastanza che c’è posto anche per noi. Se nasce una passione, è giusto seguirla, anche quando il percorso sembra difficile o solitario. E se l’interesse è verso ambiti come le malattie rare, sappiano che il loro contributo può avere un impatto enorme sulla vita delle persone. La scienza non è solo conoscenza: è responsabilità, empatia e impegno verso gli altri”.

 

 “La scienza ti ricorda che quello che sai non è definitivo…ti insegna rispetto e umiltà”

“Mi sono appassionata alle scienze perché, più che dare risposte definitive, provavano a dare un senso alle cose. Sono sempre stata una bambina piena di domande: non mi bastava sapere che qualcosa accadeva, volevo capire perché – racconta Manuela Lobianco, ricercatrice presso l’Università di Catania - Quello che mi ha fatto innamorare della scienza è il suo modo di guardare il mondo: preciso e rigoroso, ma mai rigido. Sempre disposto a mettersi in discussione e ad evolversi. Ti abitua a ragionare, a non fermarti alla prima risposta, e soprattutto ad accettare la possibilità di sbagliarti. Ti ricorda continuamente che quello che sappiamo può sempre essere rivisto, corretto, ampliato. Questa consapevolezza ti insegna rispetto, prudenza e umiltà, non solo come scienziata, ma anche come persona. Crescendo, quella curiosità ha trovato nella medicina la sua forma più concreta, perché mi è sembrato il modo più bello per trasformare le domande in qualcosa di utile per gli altri. La pediatria è stata una scelta di cuore, quasi istintiva. Con i bambini mi sono sempre sentita a casa: lavorare con loro significa prendersi cura non solo di una malattia, ma di una storia, di una famiglia, di un futuro. Poi la neurologia mi ha conquistata. È la branca in cui la scienza convive di più col mistero: il sistema nervoso è straordinariamente complesso e, nonostante i progressi, è ancora pieno di zone d’ombra. La ricerca nasce proprio qui, da quelle domande per cui non abbiamo risposte chiare o terapie efficaci. A un certo punto ho capito che non mi bastava fare il meglio possibile con quello che già sapevo. Se avessi fatto così mi sarei sentita un medico a metà. La ricerca, invece, mi permette di restituire qualcosa: non solo aiutare i pazienti di oggi, ma provare a migliorare il futuro di quelli di domani”.

Anche per Manuela “fare ricerca sulle malattie rare significa, prima di tutto, occuparsi di qualcosa che per molti quasi non esiste. Significa dare ascolto anche alle voci più silenziose, a chi rischia di perdersi tra i grandi numeri. E poi, se ci pensiamo bene, le malattie rare, prese tutte insieme, non sono affatto rare!! Coinvolgono milioni di persone! Dal punto di vista scientifico è una sfida continua. Le evidenze sono limitate e i numeri piccoli. Ogni dato va costruito con fatica. Servono collaborazione tra centri, pazienza, creatività nel disegnare studi possibili anche con pochi pazienti. Le malattie rare ti ricordano ogni giorno che la medicina non è onnipotente. Ma forse è proprio questo che ti dà la spinta ad andare avanti: sapere che c’è ancora tanto da capire e da costruire. Sul piano umano l’impatto è ancora più forte. Quando segui questi bambini e le loro famiglie capisci che spesso si sentono “invisibili”, fuori dalle priorità, come se la loro malattia non fosse abbastanza “numerosa/rumorosa” da meritare attenzione. Fare ricerca, per me, significa anche restituire loro dignità scientifica. Significa dire: la vostra storia conta, merita tempo, merita risposte. E anche quando non abbiamo ancora una cura, esserci ha un valore. A volte la presenza e l’ascolto sono già parte della cura. Mi piace pensare che “raro” non significhi “marginale”, ma “prezioso”. E un bambino è prezioso sempre, per la sua famiglia e per chi se ne prende cura. Sempre”.

Lavorare oggi come donna in un ambito storicamente maschile “dà spesso la sensazione di trovarsi ancora a metà del percorso: tanto è cambiato, ma non è ancora abbastanza. E te ne accorgi nei dettagli: nella necessità di dimostrare qualcosa in più, o nella difficoltà di conciliare carriera e vita personale. Eppure, competenze e autorevolezza non hanno genere.  Lo stesso vale per la famiglia: la genitorialità non dovrebbe essere un peso che ricade solo sulle donne, ma una responsabilità condivisa. Non dovrebbe mai esserci la necessità di scegliere tra essere madre ed essere professionista. Quando una persona è costretta a sacrificare i propri sogni, quella rinuncia prima o poi diventa frustrazione, e non fa bene né al lavoro né alla famiglia”.

Alle scienziate in erba “dico di non aspettare di sentirsi “abbastanza”. Nella scienza si impara camminando, sbagliando, riprovando, sbagliando meglio. Se c’è curiosità, se c’è il desiderio di capire, di essere utili, allora c’è già tutto quello che serve per iniziare. Dico di coltivare i propri sogni, di proteggerli perché saranno proprio quei sogni a darvi la forza nei momenti più faticosi. La scienza richiede tanta forza di volontà, passione, curiosità, pazienza e la capacità di non arrendersi mai, anche quando i risultati tardano ad arrivare o non arrivano proprio! E nel campo delle malattie rare questo è ancora più vero. Credete in voi stesse, non abbiate paura di rischiare, di occupare uno spazio e, soprattutto, restate fedeli alla vostra ambizione”.

 

“Ogni percorso di ricerca è, prima di tutto, un percorso personale”

Le idee non devono essere necessariamente chiare fin dall’inizio. “Nel mio caso, non si è trattato né di una vocazione precisa, né di un percorso lineare, quanto piuttosto di una curiosità personale che ha trovato nel tempo il proprio linguaggio e il proprio spazio – ci ha raccontato Silvia Ceruti, dell’Università degli Studi dell'Insubria -. Dopo la laurea triennale in Scienze Giuridiche mi sono iscritta alla magistrale in Diritti Umani ed Etica della Cooperazione Internazionale (Università di Bergamo). A quel punto, avevo già superato i trent’anni e, forse anche per questo, quell’esperienza è stata particolarmente consapevole e formativa. Proprio in quegli anni, ho iniziato ad appassionarmi alla bioetica, disciplina che ho poi scelto per la mia tesi di laurea e che sarebbe poi diventata centrale nel mio percorso. Penso, tuttavia, che sia stato grazie a un tirocinio svolto presso l’Ospedale San Raffaele di Milano che ho iniziato a cogliere quanto la ricerca fosse, non solo affascinante dal punto di vista teorico, ma soprattutto importante sul piano pratico, perché finalizzata a migliorare la vita delle persone. Dopo la laurea magistrale ho, quindi, continuato a formarmi nell’ambito della bioetica e dell’etica clinica, prima con corsi di perfezionamento e Master all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, poi col dottorato di ricerca in Medicina Clinica e Sperimentale e Medical Humanities presso l’Università degli Studi dell’Insubria, dove continuo tutt’ora il mio percorso”.

Fare ricerca sulle malattie rare “significa mettere le proprie competenze e la propria esperienza al servizio delle persone che si confrontano con queste patologie e con le difficoltà e le incertezze cliniche, organizzative, legali, sociali ed etiche che esse sollevano. Significa, tuttavia, ed è giusto riconoscerlo, impegnarsi in un ambito nel quale, a volte, in modo più o meno esplicito, la ricerca viene disincentivata, perché “poco remunerativa”, sia in termini economici, sia di avanzamento di carriera o di prestigio. Significa, in poche parole, scegliere di abbandonare i sentieri più battuti, per avventurarsi in percorsi più accidentati, lungo i quali, però, si “rischia” di incontrare persone eccezionali, dalle quali imparare tantissimo sia a livello professionale, sia umano, e contribuire, magari anche solo con un piccolo passo, a migliorare concretamente la vita delle persone”.

C’è poi la difficoltà dell’essere se stesse in un mondo prevalentemente maschile. “Ancora oggi molte ragazze e donne (e non solo nel mondo della scienza) sono costrette confrontarsi con pregiudizi, aspettative o richieste inopportune, con stipendi più bassi rispetto ai loro colleghi, con giudizi basati su caratteristiche diverse dalla propria preparazione o competenza. Il fatto, poi, che la società continui ad assegnare in modo prevalente alle donne compiti di cura e assistenza, ad esempio all’interno della famiglia, può contribuire ad accentuare le loro difficoltà in contesti caratterizzati da forte competitività e precarietà, come quello della ricerca, spingendo alcune ricercatrici ad abbandonare il proprio percorso a favore di contesti lavorativi più “tradizionali”.

Per questo, spesso, “ci si sente dire cosa sia più “opportuno” o “redditizio” studiare o fare, e cosa, al contrario, “non vale la pena” approfondire, ma alle ragazze che vogliono diventare ricercatrici dico di non confrontarsi ad ogni costo con percorsi ideali o lineari, rischiando di sentirsi inadeguate o - come è successo a me - “in ritardo”. Non solo non esiste un unico modo, né un unico tempo, per avvicinarsi alla ricerca scientifica, ma le esperienze professionali e personali maturate e le scelte fatte in momenti differenti della vita possono diventare risorse preziose, capaci di riempire la propria “cassetta degli attrezzi” e, di conseguenza, di arricchire il proprio modo di fare ricerca. Senza mai rincorrere modelli predefiniti. E tenendo presente che ogni percorso di ricerca è, prima di tutto, un percorso personale”. 

  • Data di pubblicazione 11 febbraio 2026
  • Ultimo aggiornamento 11 febbraio 2026