A cura di Elida Sergi, Ufficio Stampa ISS
La ricerca scientifica ha portato, nell’anno appena trascorso, il 2025, a due traguardi importanti nel campo delle malattie rare: il primo editing genomico su misura, personalizzato, per un bimbo affetto da una condizione genetica ultra-rara, chiamata deficit di carbamil-fosfato sintetasi 1 (CPS1) e il trattamento con una nuova terapia genica di una malattia neurodegenerativa grave finora senza cura, la malattia di Huntington, rallentandone la progressione. In entrambi i casi le storie e i personaggi che vi sono dietro sono stati selezionati in una classifica di fine anno dalla rivista Nature.
KJ, il bimbo scelto da Nature per raccontare la scienza che avanza
Il traguardo offerto da un editing genomico personalizzato ha il volto sorridente e le guance paffute di KJ, un bimbo di un anno e quattro mesi. È stato lui la prima persona di cui si ha notizia al mondo a ricevere una terapia di editing genomico personalizzata basata su Crispr, una tecnologia che agisce come un "taglia e incolla" molecolare per modificare il Dna in modo preciso, permettendo di aggiungere, rimuovere o correggere sequenze genetiche. Poco dopo la nascita di KJ, nell'agosto del 2024, i medici hanno notato che dormiva troppo e mangiava troppo poco. Dopo una serie di esami, hanno scoperto che il bimbo era affetto da una condizione genetica ultra-rara, chiamata deficit di carbamil-fosfato sintetasi 1 (CPS1), che compromette la capacità dell'organismo di elaborare le proteine. Quando l'organismo scompone le proteine, produce ammoniaca, una sostanza tossica che viene solitamente elaborata dagli enzimi del fegato ed escreta nelle urine. Il deficit di CPS1 compromette uno di questi enzimi, causando l'accumulo di ammoniaca nel sangue, che può danneggiare il cervello. La condizione può essere trattata con un trapianto di fegato, ma circa la metà dei neonati con deficit di CPS1 muore nella prima infanzia. Bisognava agire e farlo presto. E una figura chiave è stata quella della pediatra Rebecca Ahrens-Nicklas del Children's Hospital di Philadelphia in Pennsylvania. Insieme a un collega, Kiran Musunuru, cardiologo della Perelman School of Medicine dell'Università della Pennsylvania a Philadelphia, coltivava un’idea audace: curare i bambini con malattie genetiche rare utilizzando terapie di editing genetico personalizzate su sequenze di DNA uniche. KJ è stato individuato come il loro primo candidato.
Mentre KJ ammaliava tutti quelli che incontrava in ospedale, Musunuru e i membri del suo laboratorio hanno fatto in modo di non apprendere dettagli personali su di lui, persino il nome, per non essere condizionati. Per loro, che lavoravano per salvarlo, il bimbo era solo il paziente Eta. Le aziende produttrici hanno lavorato incessantemente sui componenti di editing necessari alla cura, portando a termine il risultato in soli sei mesi. Il 25 febbraio 2025, KJ ha ricevuto la prima di tre infusioni. La sua tolleranza alle proteine nella dieta è aumentata, ma ha ancora bisogno di farmaci e di un monitoraggio regolare per garantire che i suoi livelli di ammoniaca rimangano sotto controllo. Dopo aver trascorso i primi 307 giorni di vita in ospedale, il bimbo è tornato a casa a giugno. Lì, ha continuato a raggiungere le tappe di sviluppo previste: mangiare cibi solidi e impegnarsi a muovere i primi passi. "Sorride sempre", dice a Nature la mamma, Nicole Aaron.
Si apre ovviamente il tema dell’accesso di altri bambini alla terapia, legato ai costi e alla scarsa volontà degli investitori di puntare sulle aziende di editing genetico. Ma i medici stanno lavorando già a una sperimentazione clinica su altri bimbi.
Passi da gigante per il trattamento della malattia di Huntington
Non è stato, però, sono l’anno di KJ il 2025. Sono stati fatti passi avanti anche nel trattamento della malattia di Huntington, una patologia genetica rara neurodegenerativa, con una nuova terapia genica, innovativa nel suo genere, chiamata AMT-130. La terapia utilizza un virus innocuo per veicolare filamenti di materiale genetico nelle regioni cerebrali colpite. Una volta lì, inibisce la produzione della proteina mutante difettosa legata alla malattia di Huntington che distrugge lentamente le cellule cerebrali.
Solo 12 persone hanno ricevuto una dose elevata e il trattamento è invasivo e richiede un lungo intervento chirurgico al cervello. Ma i risultati sono stati sorprendenti: la terapia ha ridotto il tasso di declino legato alla patologia del 75%. Dopo aver analizzato i risultati tra i ricercatori, la dottoressa Sarah Tabrizi, direttrice del Centro per la malattia di Huntington dell’University College London e il suo diretto collaboratore Ed Wild, vi è stato un abbraccio enorme, come rivela Nature. E adesso? È questa la domanda che i ricercatori si sono posti subito dopo: la risposta è in alcuni studi sui meccanismi di neurodegenerazione che potrebbero portare allo sviluppo di farmaci e nella valutazione di altre cinque terapie per la riduzione della proteina in fase di sviluppo clinico.