Una rara patologia genetica, la neurofibromatosi di tipo 2, le aveva progressivamente compromesso l’udito fino a provocarne la perdita completa da un orecchio.
Oggi, dopo un intervento durato circa otto ore, una ragazza di 18 anni ha ricominciato a percepire alcuni suoni grazie a una tecnologia che consente di bypassare il nervo acustico e trasmettere gli stimoli direttamente al cervello.
L’intervento è stato eseguito al Policlinico di Bari e rappresenta il primo caso nel Sud Italia di utilizzo di un ABI (Auditory Brainstem Implant), uno speciale dispositivo uditivo destinato ai pazienti nei quali il nervo acustico non è più in grado di trasmettere correttamente al cervello le informazioni sonore provenienti dall’orecchio. L’elettrodo dell’impianto è stato posizionato direttamente a livello del tronco encefalico, in corrispondenza delle strutture coinvolte nella percezione uditiva.
Come funziona l’ABI
L’ABI rappresenta una soluzione diversa rispetto al più conosciuto impianto cocleare. Quest’ultimo trasforma i suoni in impulsi elettrici che vengono trasmessi al cervello attraverso il nervo acustico. Quando però il nervo è gravemente compromesso e non può più svolgere la propria funzione, come può accadere nei pazienti affetti da neurofibromatosi di tipo 2, è necessario individuare una via alternativa.
È proprio ciò che permette di fare l’ABI: il dispositivo aggira il nervo acustico e stimola direttamente le vie uditive a livello del tronco encefalico.
Il posizionamento dell’elettrodo richiede la massima precisione. Durante l’intervento, i chirurghi si avvalgono di registrazioni neurofisiologiche per verificare che l’elettrodo sia collocato correttamente nell’area destinata alla ricezione degli stimoli uditivi.
Le prime percezioni sonore
Dopo l’intervento è iniziata una seconda fase, altrettanto importante: l’attivazione e la regolazione dell’impianto. Attraverso un software collegato al processore esterno, gli specialisti hanno iniziato a inviare gradualmente diversi stimoli agli elettrodi posizionati sul tronco encefalico, verificando di volta in volta le risposte della paziente. Già durante le prime sedute la ragazza ha potuto percepire nuovamente alcuni suoni. Per valutare e stimolare queste prime risposte sono stati utilizzati anche strumenti musicali.
La comparsa delle prime percezioni sonore, tuttavia, non significa che il recupero uditivo sia immediato. Il cervello deve infatti imparare progressivamente a riconoscere e interpretare i segnali trasmessi dal nuovo dispositivo. Per questo, dopo l’intervento chirurgico, saranno fondamentali le successive fasi di programmazione dell’impianto e riabilitazione uditiva, attraverso le quali la paziente potrà gradualmente imparare a dare un significato ai nuovi stimoli sonori.